La seconda data di Bad Bunny all’Ippodromo di Milano, quella annullata in corsa per nubifragio e grandine, è stata il terzo concerto della vita per Paolo, 21 anni. La sua ragazza Gaia, 20 anni, a maggio 2025 gli aveva regalato i biglietti: 136 euro a testa, Golden Circle, fronte palco. Il 18 luglio hanno preso una navetta, e qui si superano i 200 euro complessivi di spesa sempre a cranio, da Massa, tre ore e mezza di viaggio, per arrivare nel capoluogo meneghino e vivere, finalmente, una serata di festa, lo show del loro cantante internazionale preferito. Dopo sei canzoni, come sappiamo, il live è stato interrotto a causa di quello che sembrava essere semplice maltempo, magari passeggero. Dagli altoparlanti, una voce ha invitato gli 80mila presenti a ‘restare ai posti’ perché ‘è in arrivo un temporale’, ma ‘il concerto riprenderà fra dieci minuti’. Paolo e Gaia non si sono fatti scoraggiare, sono incovenienti che possono capitare, il meteo mica lo puoi comandare. Sotto il loro asciugamano per ripararsi dalla pioggia, sono ‘rimasti ai posti’, sorridenti e ancora entusiasti. Eccoli:
Poi, la pioggia ha inziato a battere sempre più forte, fino all’arrivo della grandine con grani tanto giganti da far paura. E soprattutto male. A ‘proteggerli’ mentre cercavano riparo nei tendoni di Food & Beverage verso l’uscita insieme a decine di migliaia di altri come loro, sempre e solo quell’asciugamano. Che non poteva, con ogni evidenza, bastare. Gli altoparlanti tornano a parlare: ordinano di evacuare, di procedere verso l’uscita. Intanto, loro due, mano nella mano per non perdersi, tentano di farsi avanti nonostante il fango, il nubifragio, la grandinata e la gente che urla, terrorizzata.
Nessuno dice dove andare, non ricevono alcun tipo di indicazione, all’infuori di quella di ‘evacuare’. Fortunosamente, raggiungono un gazebo bianco, uno dei tanti, spinti lì dalla massa. Appena ci si riparano sotto, Gaia si gira verso Paolo, lo vede alla luce dei neon e sviene. Anche tutti i presenti lo guardano sgranando gli occhi, spaventati. Lui non sa perché. Ma lo scoprirà presto. Ha la faccia piena di sangue, del suo sangue. Sangue che proviene da una ferita che ha sulla testa, un buco provocato dalla grandine che l’ha preso in pieno. Nella bolgia, aveva sentito male sulla nuca, a un certo punto, ma non si era reso conto di essere rimasto ferito. Cosa succede da qui in poi?
Ecco la storia di Paolo, raccontata da lui e non da tutte le testate di informazione che hanno usato le immagini di questo ragazzo insanguinato e fasciato, virali su TikTok, per elogiare l’efficienza dei soccorsi.
Dal sito del Corriere al Tg5, Paolo si è ritrovato, proprio malgrado, simbolo di qualcosa, l’efficienza dei soccorsi, di cui non ha minimamente fatto esperienza. Perché quella che trovate qui di seguito è quello che ha vissuto in prima persona, come troppi altri insieme a lui che la sera del 18 luglio si sono dovuti arrangiare tra loro per uscir vivi dall’Ippodromo di Milano. E, va detto, lo hanno fatto magnificamente.
Il ‘piano di evacuazione’, tanto elogiato dal sindaco Beppe Sala e dal Presidente di Live Nation, l’hanno improvvisato i circa 80mila presenti. Non grazie ma nonostante ‘l’organizzazione’.
Paolo, cosa succede quando entri nel gazebo bianco del Food & Beverage per cercare riparo dal nubifragio?
Innanzitutto, non ci sono ‘entrato’ di mia volontà. È stata la calca a spingere lì sia me che la mia fidanzata. Non era facile muoversi in autonomia, eravamo come tra le onde del mare. Solo che ‘il mare’ erano le persone: centinaia, migliaia di persone appiccicate che cercavano di procedere verso l’uscita o riparo dal nubufragio e dalla grandine. Una volta finiti sotto a quel tendone del ‘Food & Beverage’, comunque, non ci pareva una brutta idea. Potevamo attendere lì che spiovesse un po’. Solo che, appena entriamo, Gaia mi guarda e sviene, in preda a una attacco di panico che non aveva mai avuto prima nella vita. Sul momento, non capisco perché. Però anche tutti gli altri presenti mi guardano spaventati. E ripeto: io non ne capivo il motivo.
Qual era il motivo?
Che sotto a quel tendono c’era illuminazione, le luci al neon. Quindi mi si poteva vedere bene, cosa impossibile durante la corsa sotto al nubifragio.
Una ragazza mi si avvicina e mi dice innanzitutto di non spaventarmi. Poi che ho la faccia piena di sangue. Ha 23 anni e studia Infermieristica, mi chiede se può darmi un’occhiata per capire dove sia la ferita. E cercare di medicarmela.
Io sono senza parole. Mentre venivo via da sottopalco, a un certo punto, avevo sentito un colpo sulla nuca. Ma ero così preso dalla necessità di andarmene, di uscire da lì, che non ci avevo nemmeno fatto caso. Non sapevo di essere in quelle condizioni.
E quali erano le condizioni?
Avevo un buco in testa: un grano di grandine mi aveva preso proprio in pieno.
Qualcuno lì nel tendone ha chiamato i soccorsi?
Avrei voluto io in primis, ma come? E dov’erano? Non lo sapevamo, non vedevo in giro personale a cui chiedere informazioni. Ed ero spaventato. Non solo per la mia ferita, di fianco a me c’era Gaia svenuta. Sarebbe stato folle uscire da lì, rientrare nella bolgia, alla ricerca di soccorritori. Poi, guardandomi intorno, c’erano altri che avevano bisogno di aiuto. Alcuni erano riusciti ad avvisare qualcuno dello staff, magari della sicurezza, passato per caso di lì. Ma non arrivava nessuno. Attendevano invano da mo’.
Per esempio, chi altri non stava bene? Ti ricordi in particolare di qualcuno?
C’era un ragazzo in sedia a rotelle, poverino, con tutta della plastica incastrata nelle ruote. Non poteva muoversi. Un gruppetto di presenti gli si è fatto intorno per liberarlo. Non era facile perché le ruote erano anche piene di fango. Ci lavoravano da diversi minuti, dicevano. Altro motivo per cui quando ho chiesto di chiamare i soccorsi, mi son quasi sentito stupido: era evidente che non ci fossero. O magari erano troppo impegnati altrove, per carità, non posso sapere cosa stessero facendo. Quello che posso dire, invece, è che noi fossimo lì, sotto a quel tendone, tra feriti e gente svenuta, in preda ad attacchi di panico, abbandonati al nostro destino.
E quindi perché sui social c’è quel reel in cui vieni soccorso?
Come ti dicevo prima, per puro caso, vedendomi in quelle condizioni, una ragazza di 23 anni che studia Infermieristica mi si è avvicinata in primis per dirmi che avessi la faccia piena di sangue. E poi mi ha chiesto se potesse controllarmi la ferita. Ho detto sì. La ragazza, Federica (nome di fantasia), ha domandato se qualcuno dei presenti sotto al tendone avesse dell’amuchina. Quando gliene hanno passato una confezione, ha iniziato a disinfettarmi il buco che avevo in testa.
Poi l’amica che era con lei, si è strappata un pezzo di vestito, dalla parte della gonna, per usarlo come garza e bendarmi la testa dopo che l’altra mi aveva ‘disinfettato’. Se fate caso al video, si vede bene: mi stanno medicando due ragazze giovani, nessuna delle due ha la pettorina, la divisa da soccorritori.
Eppure, le principali testate hanno rilanciato quella scena per elogiare l’efficienza dei soccorsi…
Cosa ti posso dire? Non me l’aspettavo. E ci sono anche rimasto male. La mia testa che perde sangue è finita pure su pagine internazionali, spesso senza nessuna censura del volto. Non mi fa piacere.
Mi sono visto sul sito del Corriere, in apertura all’intervista del Presidente di Live Nation che miracolava l’efficienza del piano di evacuazione e dei soccorsi. Così hanno scritto e detto, usando quel reel che, invece, dimostrava purtroppo tutt’altro. Lì non mi stava ‘medicando’ nessuno dell’organizzazione, ci stavamo semplicemente, e grazie al cielo, arrangiando fra noi, in qualche maniera. Il Tg5, in un servizio, mi ha mostrato come ‘ferito in modo lieve soccorso dagli operatori del 118’. Ma quali operatori del 118? Erano due ragazze che non finirò mai di ringraziare per avermi aiutato. Ma non facevano parte dei soccorsi: basta guardare il video: non indossano la pettorina della Croce Rossa, hanno perfino i braccialetti del concerto ai polsi. Erano semplici fan di Bad Bunny venute, come me, al concerto da spettatrici.

Hai fatto presente alle testate che hanno usato sui social quel reel o comunque la tua immagine con la testa insanguinata e bendata che la situazione in cui ti trovavi non fosse quella da loro descritta?
Sì. Ho commentato pubblicamente, identificandomi e offrendomi di dare spiegazioni. Non lo so, magari mi hanno preso per mitomane. Comunque, nessuno mi ha chiesto nulla né mi ha risposto. Anzi, alcuni miei commenti di questo tipo cioè lì con l’intenzione di chiarire e che ho lasciato sotto ai post di diverse pagine, sono stati cancellati.
Ho provato anche a scrivere in privato, via mail o social, a vari siti di informazione che avevano usato la mia immagine per elogiare l’efficienza dei soccorsi e dell’organizzazione in generale. Indovina? Puntualmente visualizzato. E poi basta, silenzio. Infatti sono rimasto stupito quando mi hai risposto, non ci speravo nemmeno più, ti avevo contattato tanto per non lasciare nulla di intentato, visto che anche tu, sebbene con toni diversi dagli altri, avevi pubblicato quel reel.
Cosa succede dopo questa ‘medicazione’ arrangiata?
Succede che Gaia intanto rinviene, ma resta spaventatissima, non si regge in piedi. Mi preoccupo per lei, cerco di calmarla. Siamo sempre sotto al tendone del ‘Food & Beverage’, stipato di gente, tra feriti e non, in attesa che spiova almeno un po’. Ma sorge all’improvviso un nuovo problema.
Quale?
Un signore, grosso, uno della sicurezza salta in piedi sul tavolo e urla a tutti di uscire dal tendone, di andarcene via. Ha un tono molto perentorio, aggressivo, ci ripete: “Fuori subito da qui!”.

Perché?
Diceva che non fosse ‘sicuro’ per noi starcene là sotto. Non lo so, magari era vero. Però nessuno di noi voleva tornarsene sotto al nubifragio e alla grandine, immaginati. La maggior parte stava senza ombrello né niente (da regolamento non si potevano portare all’interno dell’Ippodromo, ndr), cosa avrei dovuto fare? Rischiarmi un secondo buco in testa? Lo dico per me, ma vale per tutti: nessuno voleva andarsene da lì, volevamo soltanto aspettare che il nubifragio si calmasse un attimo, stando al coperto per quanto possibile. Poi molti, come la mia ragazza, a malapena si reggevano in piedi per ferite varie, lividi, spavento, veri e propri attacchi di panico. Anche il ragazzo in sedia a rotelle protestava. Ma l’uomo della sicurezza, un signore calvo, da sopra al tavolo non ha sentito ragioni: ci ordinava di smammare, veloci. Vedendo che non ci fossero alternative, molti hanno cominciato a ritornare verso l’esterno, rassegnati.
Anche tu?
Io ho provato a parlare con questo signore della sicurezza. Gli ho fatto vedere la mia testa fasciata, Gaia che non si reggeva in piedi. Per fargli capire che fosse difficile venir via, nella situazione in cui stavamo. Ha continuato a urlarmi contro di andarmene senza fare storie. Allora, gli ho chiesto almeno di indicarmi dove fossero i soccorsi. Mi ha risposto, sempre ad alta voce: “Fuori a sinistra. Adesso vattene!”. Ho preso Gaia in braccio e sono uscito, sotto la tempesta che ancora imperversava.
E i soccorsi erano davvero ‘fuori a sinistra’?
Non lo so. C’era troppa gente, un muro di gente, troppa acqua, il diluvio, la grandine, il fango. Ho provato a muovermi, con Gaia in braccio, verso ‘sinistra’, l’ho fatto, ma non trovavo né indicazioni né una qualsiasi struttura dei soccorsi. Non so quanto tempo ho camminato così, non te lo so dire. A un certo punto, però, ho visto tre soccorritori, li ho riconociuti dalle pettorine, e ho gridato ‘Aiuto!’ verso di loro, con tutto il fiato che mi era rimasto.
Sono venuti da voi?
Grazie al cielo, sì. Ci hanno portati verso una sorta di edificio a mattoncini, credo fosse proprio un centro di primo soccorso. Lì c’erano quattro operatori sanitari. E oltre a me e Gaia, soltanto una ragazza in panico perché, nella bolgia, aveva perso il dispenser, la macchinetta per la glicemia. Ed era diabetica quindi ne aveva bisogno.
Come intervengono su di voi questi operatori?
Molto rapidamente. Mi tagliano un ciuffo di capelli dove avevo il buco in testa, mi disinfettano e ci applicano sopra un cerotto. Un cerotto molto più piccolo della ferita - ma questo l’avrei notato solo una volta a casa. Poi mi bendano con garze vere. A Gaia danno del sedativo, non lo so, comunque le mettono una mascherina, credo per aiutarla a respirare meglio. Fatto ciò, un’operatrice dei soccorsi ci dice che siamo bellissimi e chiede se può scattarci una foto. Io in quel momento non sapevo manco come mi chiamiavo, figurati. Accetto, non mi costava niente. Prima di scattarla, l’operatrice ci chiede di sorridere. Ed ecco perché mi vedi sorridere. Sinceramente, non so perché l’ho fatto né perché ce l’abbia domandato. Ma tanto quella sera oramai niente aveva un senso.
Poi?
Fatta la foto, ci dicono ‘Potete andare’. Ma sia io che Gaia ci reggevamo in piedi ancora a stento, se ti posso dire. Io prendo tempo, dico che devo chiamare un attimo il referente della nostra navetta per tornare a Massa che ci aspettava al parcheggio di San Siro. Avevo perso la cognizione del tempo, ma magari stavamo facendo tardi. E se fossero già ripartiti senza di noi? Mi lasciano telefonare. Il referente risponde: “Ci sentiamo fra 10 minuti, così mi aggiornate su come state e vediamo cosa fare”. Almeno, stavano ancora lì, a San Siro.

E quanta distanza c’è tra l’uscita dell’Ippodromo e il parcheggio di San Siro?
Guarda, a piedi saranno 20 minuti? 30? Non sono di Milano ma, all’andata, ci avevamo messo più o meno così. Il problema ora era che prima di tutto dovevamo farci strada fra la bolgia per uscire dall’Ippodromo, con un unico cancello aperto, segnalato da un telo verde. Poi il nubifragio, la calca, io con le testa fasciata e le vertigini, Gaia che sveniva per gli attacchi di panico… Ti lascio immaginare…
Avete esposto la situazione ai soccorrittori?
Sì. E devo dire che ci hanno ascoltati. Ma niente più di quello. Ho avuto l’impressione che volessero, appunto, solo farci andare via da lì in fretta. Cosa che avrei capito se il centro di primo soccorso fosse stato pieno, se arrivassero feriti ogni minuto. Però, davvero, c’eravamo io, Gaia e quella ragazza che aveva perso tra la folla la macchinetta della glicemia…
Quindi cosa fate?
Nel giro di breve, realizzo che nessuno ci avrebbe aiutati per davvero. Allora, mi riprendo Gaia sotto braccio per cercare di sorreggerla, ed esco da lì. Entrambi abbiamo un referto in mano, scritto di fretta. Il mio dice che potrei aver bisogno di farmi mettere qualche punto sulla testa. Di andare a farmi controllare, insomma, una volta rientrato a casa. Ma non lo avevo già fatto? Pazienza, intanto cammino. E sarà una camminata molto lunga: nonostante avessi la testa fasciata e Gaia non stesse bene in piedi, ancora una volta, nessuno ci nota. Intendo nessuno dello staff o delle forze dell’ordine, gli passiamo davanti come se fossimo trasparenti. Ancora una volta, invece, la gente si accorge di noi. Alcune persone del pubblico, nel percorso da lì a San Siro, mi danno una mano a sorreggere Gaia, oppure ci chiedono come stiamo. Pensa, mentre stavamo andando ormai verso il parcheggio dello stadio, un ragazzo sulla trentina mi ferma e mi abbraccia. Sulla via, tutti ci guardano perché non è che non ci facessimo notare per come eravamo conciati, nostro malgrado. Ma ripeto: niente staff, niente sicurezza, niente polizia - dalla locale alla Guardia di Finanza, una volta fuori dall’Ippodromo, gli sfiliamo davanti e ci ignorano, come fossimo in condizioni perfettamente normali. Loro avevano le volanti, non lo so, ci sarebbero voluti cinque minuti a portarci a San Siro, volendo.
Comunque arrivate al parcheggio di San Siro.
Sì, grazie al cielo. Non so quanto ci abbiamo messo, ma la navetta ci ha aspettati, per fortuna. Il referente della navetta, quello con cui avevo parlato prima al telefono per avvisarlo che fossimo ai soccorsi e che forse saremmo arrivati tardi, mi dice che il prorpietario di quella compagnia di trasporti avrebbe voluto mandarci una macchina, ma che la Polizia gliel’ha impedito perché le strade erano chiuse e non potevano circolare auto per nessun motivo intorno all’Ippodromo. Ti posso dire? Non era vero.
Cosa non era vero?
Che non potessero circolare macchine fuori dall’Ippodromo. Non che le strade fossero piene, ma mentre andavamo a piedi verso il parcheggio, di auto ne abbiamo viste: in particolare, auto coi vetri oscurati. Credo fossero quelle che erano venute a prendere i vip ospiti della Casita. Il giorno dopo ho visto che c’erano vari personaggi famosi tra influencer e cantanti: Blanco, Elodie, la ragazza… si chiama Sophie Codegoni? Non lo so, comunque alcuni di loro la sera stessa hanno postato su Instagram storie con le facce deluse per l’annullamento del concerto oppure sorridendo comunque, mentre stavano a bordo di una macchina, sui sedili posteriori. Insomma, immagino fosse un autista a guidare.
Perché per questi qui, famosi che stavano bene, le macchine c’erano e per me e Gaia feriti e nel panico invece no? Anzi, ci è stato detto che non fosse proprio possibile. Ho capito che non siamo vip, ma ne avremmo avuto bisogno davvero. E solo per arrivare al parcheggio di San Siro: stiamo parlando di un passaggio di cinque minuti, in auto.
[Nota: ho chiesto a Paolo di passarmi il numero del referente della navetta per chiedere cosa e come fosse successo, anche riguardo al fatto d’aver messo a disposizione una macchina per andare a prendere i due ragazzi. Cosa che sarebbe stata impedita dalla polizia. Non ho potuto parlarci, nonostante avessi garantito totale tutela della privacy perché è stata ‘Non se la sente comunque’]

Non ti so rispondere. Ti posso solo dire che mi dispiace tanto. Come è andato poi il viaggio di ritorno in navetta?
Eravamo semplicemente contenti, per quanto possibile, di essere lì, di tornare a casa. Ci sono volute tre ore e mezza, come all’andata. Ma forse un po’ di più perché mi pare abbia fatto qualche fermata aggiuntiva, tipo Sarzana se non erro. Intanto, ci è salita un po’ di tristezza perché ci siamo resi conto della serata che avevamo passato. Avevo paura che Gaia si sentisse in colpa, poverina, alla fine aveva preso lei i biglietti per questo concerto, erano un regalo che aveva fatto a me.
Pensa che a un certo punto Gaia era così avvilita che s’è messa a scusarsi, come se potesse essere in qualsiasi maniera colpa sua. Diceva che magari se avesse speso di più, saremmo stati trattati meglio, ma non se lo poteva permettere. Figurati, io lavoro. So benissimo cosa siano 200 euro. Anzi, 400. Mica uno scherzo. Comunque le ho ricordato che una delle due ragazze che mi avevano soccorso con l’amuchina sotto al tendone ‘Food & Beverage’, ne aveva spesi 570 per stare nella zona più ‘vip’ di tutte: Los Vecinos, una sessantina di posti esclusivi addirittura sul palco, con Bad Bunny. Eppure, era là come noi, abbandonata al proprio destino, sotto quel gazebo. Insomma, m’è spiaciuto tanto che Gaia si sentisse addirittura in colpa, ecco. Dovrebbe sentircisi qualcun altro, piuttosto.

A che ora arrivate a Massa?
Saranno state le tre di notte? Qualcosa del genere. Arriviamo a casa dei genitori di Gaia, come previsto. Appena ci vedono, ci portano subito all’ospedale.
E che dicono all’ospedale, in Toscana?
Mi guardano la ferita, me la medicano di nuovo, alla fine decidono di non mettermi punti. Ma mi danno, ho il referto, cinque giorni di prognosi. Infatti, non sto andando al lavoro, con certificato medico, potrò tornarci venerdì 24. In ospedale mi hanno anche invitato a tornare subito al Pronto Soccorso se, nell’arco di quei cinque giorni, avessi sentito particolare dolore o vertigini. E di stare a riposo.
Riguardo al referto che ti hanno fatto all’Ippodromo, invece, ti hanno detto qualcosa? Glielo hai fatto vedere?
Certo! Al Pronto Soccorso di casa mia, diciamo, in Toscana, mi hanno detto che, per quanto non fossi ferito gravemente, ho comunque corso dei rischi a fare tre ore e mezza di navetta con quel buco in testa. Però, di sicuro ci sarà stata tanta gente ferita, immaginavano, quindi magari i soccorritori hanno voluto e dovuto dare priorità a chi stesse peggio di me. Mandarmi all’ospedale subito per medicazione e soprattutto per un controllo di eventuale trauma cranico interno sarebbe stata la soluzione ottimale, ma durante un’emergenza, chiaro, si fa quel che si può.
Di fronte a queste parole, a me torna in mente che al centro di soccorso dell’Ippodromo, comunque, c’eravamo io, Gaia svenuta e quella ragazza che aveva perso la macchinetta della glicemia. Poi quello non sarà stata l’unico centro di primo soccorso dell’Ippodromo, magari in altri punti la situazione era più grave e c’era gente che stava peggio di me, questo non posso saperlo. Posso solo raccontare ciò che ho visto e vissuto in prima persona.

Hai letto le dichiarazioni del sindaco di Milano, Beppe Sala, che invita a non ingigantire quanto accaduto quella notte?
Purtroppo le ho lette, anche perché me le ritrovo ovunque, sui social. E mai che intervistino qualcuno tra i quasi 80mila presenti quella sera tra il pubblico, eh.
Cosa gli risponderesti se potessi parlargli?
Sindaco Sala, io non sono un ‘problema ingigantito’, le immagini della mia testa che perdeva sangue hanno fatto il giro dei media italiani e internazionali per elogiare dei soccorsi di cui non stavo usufruendo perché a medicarmi alla bell’e meglio in quel video erano due ragazze qualunque, dall’alto del loro buon cuore. Il sindaco non era lì, mi spiace non sembri avere interesse ad ascoltare chi c’è stato. Invece di sminuire i problemi, forse sarebbe meglio affrontarli. Se non è morto nessuno quella sera è soltanto perché, abbandonati a noi stessi, abbiamo improvvisato per provare ad arrangiarci da soli.
Come, purtroppo, dimostra la mia esperienza e quella di tanti come me. Basta dare un occhio ai commenti social sotto a ogni post che riguarda quel concerto. No, non stiamo ‘cercando visibilità, stavamo solo cercando di andare a un concerto, che aspettavamo da un anno, senza ritrovarci a rischiare la vita. Io tutto avrei voluto raccontare meno che una storia del genere, ti pare? Ma tanto nessuno me l’ha chiesta. Hanno solo preso il reel, postato da una ragazza polacca sul suo profilo TikTok, per raccontare l’efficienza dei soccorsi. Perché questa è la favola che vogliono mandare in giro. Spero che, nonostante tali dichiarazioni pubbliche ‘rassicuranti’, qualcosa si muova per migliorare le condizioni dell’Ippodromo e la sicurezza della gente che ci va, tra l’altro pagando profumatamente, per questi ‘grandi eventi’.






Grace sei l’unica che cerca di fare anche inchiesta, evidentemente i tuoi colleghi hanno qualche motivazione per non farlo.
Una storia a dir poco incredibile, organizzazione pressapochista, costi spropositati e menzogne dall'informazione ufficiale. A Paolo e alla sua ragazza è andata bene, se così si può dire, ma che rischio!